Blog - PSLZERO6
Esserci. La forza del Noi
Professoressa in Didattica e Pedagogia Speciale, Dipartimento di Scienze dell’Educazione,
Università di Bologna
25 settembre 2026
L’infanzia non è un tempo sospeso in attesa dell’età adulta, ma un tempo pieno di senso, di voce e di presenza.
L’infanzia non è un tempo sospeso in attesa dell’età adulta, ma un tempo pieno di senso, di voce e di presenza. È uno spazio in cui crescono le radici della cittadinanza, della giustizia e della convivenza. Pensare l’infanzia come soggetto politico significa riconoscere che i bambini e le bambine non solo destinatari di protezione, ma soggetti di diritti, capacità e pensieri sul mondo.
Già nel 1983, il maestro Mario Lodi, nel libro La scuola e i diritti del bambino affermava che “il popolo dei bambini ha interessi, valori, una sua cultura e una ricca potenzialità di risorse, ma non ha, come gli adulti, spazi e strumenti adeguati per esprimere il suo mondo, e realizzare così un suo diritto”. I bambini e le bambine sono cittadini e cittadine oggi, non futuri adulti da preparare. La loro esperienza, le loro visioni e le loro domande hanno valore pubblico e culturale. Riconoscere questo significa permettere loro di partecipare e di essere riconosciuti come parte della società e non solo come “promessa” del domani.
La partecipazione diventa pratica quotidiana: un modo di essere e di esserci, di stare insieme, di prendere parola e di esercitare responsabilità. Riconoscere l’infanzia come soggetto politico vuol dire credere che la democrazia cominci proprio dal diritto di ogni bambino e di ogni bambina di essere vistə, ascoltatə e consideratə parte attiva della costruzione del mondo.
Parlare oggi di partecipazione, mentre a Gaza è in atto un genocidio che porta con sé il più radicale dei processi di disumanizzazione, ci interroga sul significato profondo dell’essere parte di una comunità umana. Vite, case, scuole, ospedali, università sono stati cancellati in una terra che non ha più ombre, intanto che noi ci interroghiamo sulla capacità di non restare indifferenti e di riconoscere nel dolore degli altri quello che siamo, il riflesso della nostra stessa fragilità. Le piazze e le manifestazioni vissute dai bambini e dalle bambine con i loro genitori, con i loro maestri e maestre hanno rappresentato non solo un “esserci”, ma un sentirsi parte di una comunità che crede nei valori della pace, del rispetto e della giustizia. Insieme abbiamo fatto esperienza di partecipazione come pratica democratica, come forma di cittadinanza e di educazione alla pace attiva, capace di andare oltre l’adesione emotiva e di diventare espressione di una scelta collettiva.
La Palestina, Gaza, ci hanno insegnato la parola “sumud”, la resistenza senza odio, la resistenza della dignità umana, quella racchiusa in una foto pubblicata dall’Agenzia delle Nazioni Unite UNRWA, in cui un gruppo di bambini usa un tappeto da preghiera come banco. L’atto di imparare e di conoscere come atto di resistenza, dice Paola Caridi, invece che aspettare di essere ammazzati.
Insegnare la capacità di vedere l’umanità, di imparare a stare dentro alla complessità del mondo, provando a smantellare le radici della normalizzazione della violenza come valore che fa coincidere la vittoria con la giustizia rappresenta il potere trasformativo della partecipazione, nel superamento della paralisi del senso di impotenza e nella conversione della paura o della rabbia in azione costruttiva.
La partecipazione ci aiuta allora ad andare oltre “l’impossibile”, a sperare nell’accezione con cui Danilo Dolci intendeva la speranza: saper aspirare, saper sperare insieme.
Infanzia 4/2025, p. 59
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