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La violenza psicologica sui minori
Psicologo, Psicoterapeuta, professore a contratto presso l’Università degli Studi dell’Insubria,
già dirigente psicologo presso la ASST dei Settelaghi di Varese.
Psicologo, Psicoterapeuta, dirigente psicologo presso la ASST Valle Olona di Busto Arsizio (VA) Libroterapeuta
Dottore in Management dello sport e dell’attività motoria
9 agosto 2026
Scopo di questo lavoro è di parlare di violenza sui minori, la quale non è solo quella raccontata dai tg, ma è anche quella esercitata all’interno delle famiglie o dei siti educativi. La violenza sui minori non è solo fisica e spesso viene agita in maniera subdola attraverso l’aggressività verbale, le offese, le umiliazioni ecc. Le cause della violenza sui minori sono molteplici, ma ciò non la giustifica.
La cronaca ci ha abituati a sentir parlare di violenza sui minori. I Servizi Sociali devono affrontare quotidianamente una grande mole di lavoro inerente abusi, incuria e violenza su bambini e ragazzi, di conseguenza i Tribunali per i minori devono occuparsi di un numero impressionante di pratiche con l’obiettivo di tutelarne la salute fisica e psicologica. A dispetto delle leggi nazionali e delle risoluzioni internazionali a tutela dell’infanzia, sembra che il rispetto per i più piccoli sia diventato poco importante.
La violenza sui minori si manifesta anche (soprattutto) dentro le mura domestiche e viene compiuta proprio da coloro che dovrebbero garantire ai bambini sicurezza e protezione e che dovrebbero vigilare sulla loro integrità fisica e psichica. Andreoli afferma che la famiglia è una istituzione violenta a prescindere dagli atti di violenza e che l’organizzazione familiare è estremamente costrittiva (Andreoli, 2003). Nella famiglia, poi, la violenza si trasmette; infatti, il comportamento dei più grandi diventa modello per i più piccoli.
Alcune volte la cronaca ci informa di forme di abusi che si consumano nelle scuole dell’infanzia o nei nidi a opera di maestre ed educatrici che smarriscono la propria mission educativa. Ma per fortuna questi sono eventi rari. Altre volte la violenza si manifesta tra i pari attraverso il “bullismo” che diventa maggiormente visibile in maniera direttamente proporzionale al crescere dell’età, anche se in realtà esso comincia a manifestarsi fin dai primi anni di vita relazionale in contesti in cui ci sono bambini che subiscono e bambini che abusano, nel senso che usano la loro aggressività e la loro arroganza per dominare i soggetti più fragili e aggredibili.
La violenza, inoltre, assume sfaccettature diverse; essa, infatti, può essere fisica e/o psicologica. Si ha violenza fisica quando i genitori o le persone legalmente responsabili dei bambini eseguono o permettono che si producano su di essi lesioni fisiche o li mettono nella condizione di rischiare lesioni fisiche (SINPIA, 2007, p. 18). Si ha invece violenza psicologica quando vengono messi in atto comportamenti psicologicamente dannosi per il bambino, quali ad esempio reiterati atteggiamenti svalutativi, di disprezzo, di ostilità, di rifiuto, nonché di critica dell’aspetto, del comportamento e della personalità del minore (SINPIA, 2007, p. 18). È evidente che ogni forma di violenza fisica, quindi anche l’abuso sessuale, hanno una ricaduta sull’aspetto psicologico del minore con danni a volte irreversibili.
Evoluzione storica della violenza
L’infanzia fa parte della vita e il percorso di crescita è un passaggio obbligato e nello stesso tempo propedeutico allo sviluppo dell’uomo adulto e come tale dovrebbe essere oggetto di attenzioni particolari perché possa crescere un individuo maturo in grado di affrontare adeguatamente le prove della vita. È indubbio che sin da quando l’uomo esiste siano state messe in atto pratiche educative poiché non può esistere alcuna società senza che in essa vi sia una qualsiasi tendenza educativa (Durkheim, 1973). Qualunque tipo di società, infatti, che sia, o sia stata, progredita o arretrata, può definirsi tale solo grazie al fatto che si è organizzata e si è data delle regole a cui tutti i membri si sono adeguati, e nel rispetto delle quali si educano i nuovi membri del gruppo. Lo stare insieme, come gruppo, implica infatti che vi sia il riconoscimento e il rispetto degli altri membri appartenenti al gruppo (Sutera, 2011).
La storia però ci insegna che l’infanzia non ha mai avuto quelle attenzioni e quel rispetto che avrebbe meritato e gli adulti hanno spesso trattato i bambini come se fossero degli “oggetti” (D’Andrea, 2020; Moro, 1989).
Nel 1924, a Ginevra, la Società delle Nazioni approvò per la prima volta una risoluzione in cui venivano elencati una serie di diritti del fanciullo relativi alla salute, all’educazione e al rispetto. Tale risoluzione, tuttavia, decadde in seguito allo scioglimento della Società delle Nazioni avvenuta nel 1946, ma venne ripresa e approvata nel 1959 dalla neocostituita Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU).
Negli anni successivi si sono susseguite una serie di Dichiarazioni di Principio, tra cui segnaliamo la “Convenzione Europea sull’adozione dei minori” (Strasburgo, 1979), la “Convenzione internazionale sulla sottrazione di un minore” (L’Aja, 1980) e la “Dichiarazione dei principi sociali e giuridici relativi alla protezione e al benessere dei minori, con particolare riferimento all’affidamento familiare e all’adozione nazionale e internazionale (New York, 1986). Oltre a questi documenti occorre segnalare la “Risoluzione del Parlamento Europeo” del 1985 che invita gli Stati aderenti a prevenire, proteggere e assistere i minori vittime di maltrattamenti, e la “Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia”, adottata dall’ONU nel 1989, nella quale vengono individuati strumenti per la repressione delle violazioni dei diritti dell’infanzia e per la prima volta viene fornita una definizione di fanciullo come ogni essere umano con età inferiore ai 18 anni. In ultimo si deve segnalare la “Convenzione di Lanzarote” del 2007 con la quale si vogliono proteggere i minori dallo sfruttamento e dall’abuso sessuale.
Da un punto di vista medico nel 1962 Kempe e i suoi collaboratori hanno pubblicato un articolo dal titolo The battered child syndrome in cui descrivono una serie di riferimenti anamnestici, clinici e radiologici per poter giungere a una diagnosi di bambino picchiato (Kempe et al., 1962). In breve tempo il concetto di maltrattamento venne allargato per includere oltre alla sfera fisica anche quella psicologica della trascuratezza, giungendo nel 1964 alla nuova definizione di “maltreatment child syndrome” (sindrome del bambino maltrattato).
Ci sono dunque voluti più di duemila anni per considerare la fanciullezza un periodo della vita importantissimo, in grado di determinare le caratteristiche future degli esseri umani una volta diventati adulti. Una evoluzione molto lenta che ha permesso, dopo il secondo dopoguerra, di dare grande importanza all’infanzia e di approvare a livello mondiale una serie di risoluzioni che la valorizzano e che vietano tutti quei comportamenti che possono esserle di pregiudizio quali la violenza, lo sfruttamento, l’abbandono, gli abusi sessuali ecc.
Ma nonostante l’impegno politico e sociale per la tutela dell’infanzia nel mondo contemporaneo lo stato delle cose non è molto cambiato e i passi da fare in questa direzione sono ancora molti.
Nel mondo circa 152 milioni di bambini vengono sfruttati in quello che viene definito “lavoro minorile” e di questi circa la metà sono utilizzati per lavori estremamente duri o pericolosi che pregiudicano la salute fisica e mentale del fanciullo. Questo genere di sfruttamento solitamente avviene nelle zone più povere della terra e crea un circolo vizioso poiché togliendo a questi piccoli il diritto all’istruzione non si fa altro che creare altra povertà. Ma è un errore pensare che nei paesi più sviluppati il fenomeno non esista. In Italia, ad esempio, dove la legislazione dovrebbe garantire i diritti del fanciullo, vengono accertati centinaia di casi illeciti di sfruttamento minorile, ma il fenomeno sommerso è sicuramente molto più ampio.
Si calcola che nel mondo circa trentamila bambini vengano arruolati tra le forze militari governative o rivoluzionarie in qualità di soldati oppure come elementi di supporto agli eserciti. Si calcola inoltre che nel mondo, soprattutto in alcuni paesi tristemente noti per il turismo sessuale, un milione e duecento mila bambini, soprattutto femmine, sono privati del loro diritto all’infanzia per essere sfruttati nella prostituzione.
La motivazione della violenza sui minori
Ai nostri giorni, sebbene vi siano stati dei provvedimenti di legge a favore dell’infanzia e vi sia stata una evoluzione del pensiero psicologico e pedagogico, ancora persiste quell’atteggiamento prevaricante verso i minori che, paradossalmente, appaiono maggiormente tutelati in ambito sociale e maggiormente esposti a rischio di abuso in ambiti che dovrebbero invece essere protettivi come la famiglia o altre istituzioni educative. D’altra parte, è sempre esistita l’idea che i bambini fossero proprietà dei genitori, i quali avevano il diritto di trattarli come credevano che fosse giusto al fine di correggere quei comportamenti che ritenevano sbagliati e le cattive inclinazioni caratteriali.
Da un punto di vista sociale i bambini sono esposti a insidie molto pericolose laddove vi sono organizzazioni che non esitano a trattare i bambini come se fossero degli oggetti: è il caso dei trafficanti d’organi, dei pedofili, della pedopornografia.
Tuttavia, la violenza sui minori viene esercitata soprattutto all’interno delle famiglie che dovrebbero rappresentare il luogo più sicuro per i bambini. Diversi sono i motivi per cui i genitori diventano aggressivi e violenti nei confronti dei figli e numerose sono le teorie psicologiche sull’aggressività al fine di dare un senso ad alcuni comportamenti.
Bandura afferma che la maggior parte dell’apprendimento si basa sull’osservazione e l’imitazione di modelli. La stessa cosa avviene per i comportamenti violenti che vengono prima osservati negli altri e poi imitati in condizioni simili. Le fonti che offrono modelli aggressivi sono principalmente tre: la famiglia, il gruppo di appartenenza e i mezzi di comunicazione di massa (Bandura, 1981).
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Il trimestrale di studi, ricerche ed esperienze sull’educazione 0-6 e sulla cultura per l’infanzia.
Aspetti culturali
Solitamente i genitori provvedono alle necessità dei propri figli con naturalezza poiché riescono a percepire istantaneamente i loro stati di bisogno e vi provvedono; di conseguenza se il loro intervento raggiunge l’obiettivo si sentono appagati nella loro funzione genitoriale. Essi, tuttavia, non si confrontano solo con i bisogni primari dei bambini (Maslow, 1973), ma anche con i propri bisogni legati alle aspettative che hanno nei confronti dei figli.
Essi costruiscono infatti nella loro mente un’immagine ideale del proprio figlio e cercano di educarlo affinché il bambino che cresce possa avvicinarsi quanto più possibile al proprio ideale di figlio. Ma i bambini crescono con una propria personalità e con bisogni propri per cui diventa inevitabile che ci siano discrepanze tra l’ideale di figlio e il figlio reale, cosa che provoca frustrazioni più o meno importanti nel sentimento del genitore.
Cause relazionali intra familiari
Le relazioni intra familiari risentono di una serie di fattori legati al rapporto della coppia e alla percezione che la coppia o uno dei due genitori ha del proprio figlio. L’inizio di una relazione è sempre animato da buone intenzioni, ma per una serie di eventi casuali e per l’incapacità di riuscire ad accettare reciprocamente le caratteristiche del proprio partner, può essere che il rapporto tenda a deteriorarsi mettendo in discussione il senso stesso della famiglia. In un contesto di questo genere il figlio o il partner non vengono più visti come un elemento di forza della famiglia, ma come un ostacolo perfino alla propria autorealizzazione.
Un’altra causa di ostilità nei confronti dei figli è la percezione che i genitori hanno di essi. Una gravidanza indesiderata, la nascita di un bambino con problemi fisici o psichici, una malattia che insorge durante la gravidanza, possono far diventare il figlio un ostacolo all’evolversi della vita personale e familiare con il risultato di un considerevole aumento del sentimento di ostilità.
Patologie dei genitori
Le condizioni di salute dei genitori possono essere un motivo per cui essi mettono in atto comportamenti non idonei. Un genitore con patologie croniche, che lo costringono a cure farmacologiche continue e a interventi medici di un certo impegno, possono renderlo emotivamente instabile e molto sensibile alle più banali frustrazioni che scatenano interventi aggressivi verso i bambini oppure comportamenti negligenti verso di essi come trascuratezze nell’accudimento.
Anche la salute psichica può essere di grave pregiudizio nell’accudimento della prole. Madri affette da depressione post partum possono essere molto trascuranti nei confronti dei propri bambini non rispondendo alle loro necessità e alle loro richieste di attenzione. La depressione può portare anche comportamenti aggressivi verso i propri figli fino a possibili gesti omicidi, talvolta con la motivazione di volerli proteggere dal mondo che reputano per loro minaccioso e violento.
Genitori affetti da gravi disturbi della personalità, patologia le cui caratteristiche principali sono il discontrollo degli impulsi e l’incapacità di controllare le frustrazioni, possono manifestare improvvisi scatti d’ira con comportamenti violenti.
Patologie del bambino
Fino al XIX secolo il tasso di mortalità infantile era decisamente elevato, ma negli ultimi 50 anni, con la medicalizzazione della gravidanza e del parto, la mortalità infantile si è decisamente ridotta. Tuttavia, non è ancora esclusa pienamente la possibilità che un bambino possa nascere con una patologia genetica o possa sviluppare una patologia infantile come ad esempio l’autismo.
Quando una donna aspetta un bambino si costruisce delle immagini mentali del proprio figlio che rispondono a proprie esigenze psicologiche ed emozionali e se al momento della nascita il bambino mostra delle imperfezioni o evidenzia delle malattie o nasce prematuro, costringendo i propri genitori ad ansie e preoccupazioni costanti e a un prolungamento del periodo di ospedalizzazione, può manifestarsi uno sconforto che può portare fino al rifiuto del bambino. Tale condizione genera da una parte un atteggiamento iperprotettivo per un figlio che viene vissuto (e spesso lo è) come maggiormente vulnerabile e dall’altra una capacità reattiva alle frustrazioni legati all’immagine del bambino e ai suoi comportamenti.
I diversi volti della violenza psicologica
La violenza fisica lascia dei segni visibili sul corpo; la violenza psicologica no, ma mentre le ferite fisiche, pur lasciando il segno, nel tempo tendono a guarire, le ferite dell’anima permangono modificando tutta la personalità, provocando disturbi della sfera psichica e scatenando reazioni di tipo psicosomatico (Pace, 2018). Possiamo definire la violenza psicologica una forma di maltrattamento caratterizzato da comportamenti attivi o omissivi psicologicamente nocivi, agiti da una persona oppure da più persone che sono in una posizione di potere rispetto all’abusato (D’Andrea, 2020).
La violenza psicologica sui minori si manifesta attraverso comportamenti inadeguati o con l’uso di parole, frasi e comportamenti che, poiché sono reiterati nel tempo, finiscono per lasciare un segno indelebile. Chi usa violenza psicologica verso un minore tende a utilizzare metodiche educative che si sono affermate nel tempo e che storicamente vengono riproposte da schemi che sono stati acquisiti dai propri genitori. Tuttavia, spesso, non sempre chi fa uso di metodi educativi violenti, sotto il profilo psicologico, è consapevole di quello che fa, anzi vive nella convinzione che il metodo relazionale che utilizza sia utile al processo di educazione di cui si rende responsabile.
La violenza sui minori viene compiuta prevalentemente all’interno delle famiglie e, in forma meno evidente, in tutti quegli altri contesti che dovrebbero avere una valenza educativa come le scuole, i luoghi dello sport e così via (Perticari, 2018; Andreoli, 2003).
Nel tempo la famiglia si è trasformata: da patriarcale è diventata nucleare e, nel corso del secolo scorso, grazie alle campagne a favore dell’infanzia portate avanti da vari organismi internazionali, si sono trasformate anche le pratiche educative e la violenza sui minori è diventata meno fisica e più psicologica.
All’interno delle famiglie troviamo quindi un atteggiamento ambivalente che da una parte vede i genitori premurosi affinché i propri figli abbiano dalla vita il meglio possibile e dall’altra vengono utilizzate modalità educative carichi di aggressività che non si esprimono attraverso la violenza fisica, ma attraverso quella psicologica.
Analizzeremo ora le varie modalità di espressione della violenza psicologica, fermo restando il fatto che anche la violenza fisica è accompagnata sempre da violenza psicologica. Le percosse e ogni atto violento fisico, infatti, oltre che aggredire il corpo aggrediscono anche lo spirito alimentando il sentimento di impotenza e di umiliazione della persona aggredita.
Il ricatto
Il ricatto è una modalità comportamentale caratterizzata da minacce di vario tipo atta a estorcere a qualcuno dei beni materiali o specifici comportamenti contro la sua volontà.
Il ricatto mette con le spalle al muro chi lo riceve in quanto si sente come se non avesse più una via d’uscita. Il ricatto, anche se in ambito educativo, è per definizione violento e può avere delle conseguenze molto severe in quanto può ledere l’autostima e può instillare quella propensione alla sottomissione annullando il diritto di far valere le proprie ragioni.
Il ricatto diventa ancor più violento nel momento in cui si configura come atto minaccioso volto a incutere terrore o l’aspettativa di una conseguenza terrificante con lo scopo di indurre il piccolo a comportamenti di obbedienza e sottomissione. Minacce del tipo “finirai all’inferno per le cose che hai detto o hai fatto” oppure “se non la smetti questa notte verrà l’uomo nero a prenderti” ecc. destabilizzano il bambino in una maniera decisamente devastante perché egli viene messo di fronte alla possibilità di un evento che non può controllare in quanto non saprà mai se è quando finirà all’inferno o se e quando arriverà l’uomo nero. Il livello di angoscia che ne segue è davvero insopportabile per il bambino che inevitabilmente avrà reazioni tipiche di terrore notturno, di pianto immotivato, irritabilità ecc.
Il rifiuto
Il rifiuto si manifesta sostanzialmente quando ci rifiutiamo di stare o di fare delle cose con il bambino che per qualche motivo esprime il suo disappunto o la sua rabbia. Una variante di questa forma di rifiuto è quando non vogliamo che il bambino stia con noi e per tale motivo lo mandiamo in un’altra stanza: “vai di là e torna quando ti sarà passato”. Ancora peggio se mandiamo il bambino in una stanza da solo e, magari al buio, per punizione.
Nella manifestazione del rifiuto è come se l’adulto non accettasse l’espressione delle emozioni del bambino. È come se l’adulto dicesse al bambino “ti accetto solo se sei un bravo bambino, se fai il bravo”. Ma chi è il bravo bambino?
Il bravo bambino è colui che si comporta in modo tale da non alterare, con il suo comportamento, l’equilibrio dei genitori o degli adulti che vivono intorno a lui. È quello che non litiga con i fratelli, che non ha particolari pretese o richieste, che non si mette nei pasticci. In altre parole, è il bambino che riesce a comportarsi pensando con la testa degli adulti che gli sono intorno, tenendo conto che questi adulti non sono sempre gli stessi e che ciascuno di loro ha delle esigenze diverse e, di conseguenza, delle aspettative diverse. Imparare a sopravvivere in un contesto relazionale di questo tipo richiede una grande abilità che il bambino ancora non possiede.
Il confronto
Mentre il ricatto e il rifiuto sono per lo più agiti intenzionalmente al fine di orientare o inibire un certo comportamento, il confronto con un fratello o con un amico viene talvolta usato in forma automatica in conseguenza del rammarico di non avere un figlio che risponde alle proprie aspettative (Marangon, 2019). Ciò che però contraddistingue il confronto è che colui che lo subisce non ne esce mai vincitore. I genitori vorrebbero che i propri figli esprimessero il meglio nelle varie attività che li impegnano nella loro quotidianità, quali lo studio, lo sport, la vita di relazione. L’idealizzazione del figlio li porta a confrontare il figlio ideale con il figlio reale e la consapevolezza che esiste una differenza consistente li spinge a spronarli portando come esempio qualcun altro.
Quando i genitori usano il confronto al fine di stimolare il proprio figlio a fare meglio finiscono per sottolineare il suo “difetto” o la sua difficoltà. È come dire al proprio figlio “non sei quello che mi aspettavo che fossi”. Ciò fa crescere con l’idea che tutti gli altri sono migliori e per quanto si facciano sforzi non si riuscirà mai a raggiungere gli standard desiderati dai genitori. Il figlio che sente di non essere accettato dalle persone che egli ama più di chiunque altro al mondo vive un grande sentimento di frustrazione e di sofferenza.
L’indifferenza
L’indifferenza si manifesta tutte le volte che una persona ignora la presenza di un’altra persona nel proprio raggio di azione. Nelle normali relazioni tra adulti capita di vivere la presenza di qualcun altro con indifferenza, tuttavia i bambini molto piccoli, soprattutto se sono ignorati dai propri genitori, che sono i punti di riferimento più significativi della loro vita, soffrono molto. Per i bambini è estremamente doloroso diventare improvvisamente invisibili anche quando loro tentano di destare l’attenzione del genitore con ogni stratagemma possibile e il livello di frustrazione li porta a reagire in maniera inadeguata nel tentativo di scuotere l’attenzione del genitore che solitamente si ostina a restare “indifferente” oppure reagisce mettendo in atto ulteriori punizioni anche di tipo corporale.
Esistono due tipi di indifferenza: quella punitiva, se vogliamo occasionale, perché legata a qualche comportamento che i genitori non tollerano, e quella da disinteresse che si manifesta quando i genitori sono troppo presi da altre cose e “non hanno tempo” per dedicarsi ai propri figli. L’indifferenza punitiva è violenta perché cancella, anche se per un breve periodo, l’essere nel contesto dell’altro. È violenta perché ha una valenza punitiva devastante e per di più è agita con studiata consapevolezza.
Il silenzio
Collegato all’indifferenza c’è il silenzio, il quale rientra a pieno titolo nei parametri della comunicazione non verbale e quello che non viene detto può assumere un grande numero di significati diversi. Per certi versi potrebbe voler dire “ti ignoro” o “non esisti” e quindi viene a essere utilizzato al pari dell’indifferenza. In altri momenti può voler dire il contrario, ovvero “ignorami, fai finta che io non esista”. In entrambi i casi per il bambino è insostenibile quella condizione per cui, pur essendo in compagnia del caregiver, è di fatto solo (Miller, 2008).
Il sarcasmo
Il sarcasmo è una forma di ironia molto pungente e offensiva che ha lo scopo di svalutare e di prendere in giro. È una forma di comportamento che evidenzia una notevole aggressività verbale. I bambini sono spesso vittime di sarcasmo anche presso la propria abitazione e a opera dei propri familiari. Più spesso il sarcasmo viene agito tra fratelli, ma non è raro vedere genitori che deridono i comportamenti dei propri figli.
Il sarcasmo, all’insaputa dei genitori che appaiono divertiti dal comportamento non performante dei figli, non fa altro che sottolineare l’inadeguatezza dei bambini i quali, già per conto loro, vivono in maniera molto frustrante il fatto di non riuscire a esprimere al meglio le loro potenzialità e in più subiscono l’umiliazione della derisione.
Nel sarcasmo troviamo sempre la presenza di un’aggressività inconscia che sorge in una persona che si sente ferita, deprivata o umiliata, e che cerca vendetta contro chi ritiene responsabile di questo stato di cose. Nel nostro contesto è il genitore a sentirsi ferito dalla mancanza del proprio figlio e, di conseguenza, punisce il figlio con una ironia tagliente vendicando in questo modo il proprio orgoglio ferito. Il sarcasmo è violento perché esprime disprezzo e perché annichilisce l’autostima di chi ne è vittima.
La svalutazione
La svalutazione da una parte può essere utilizzata allorché non viene riconosciuto lo sforzo degli altri oppure con frasi rivolte al bambino che sono un classico della gestione delle relazioni familiari “taci tu che sei piccolo”. In un’altra modalità può essere utilizzata denigrando e offendendo il bambino quando questi si cimenta in qualche attività sia di studio, sia di gioco, con frasi del tipo “sei uno stupido” e così via. La svalutazione annichilisce la personalità e l’autostima di chi è oggetto di questo tipo di violenza.
La violenza assistita
Per violenza assistita si intende ogni scena o ogni episodio violento a cui il bambino assiste, suo malgrado, passivamente. La violenza assistita può esprimersi all’interno del proprio nucleo familiare, ma anche in televisione, sul web o in altri contesti relazionali frequentati dal bambino quali scuola, oratorio ecc.
La violenza assistita è parecchio disturbante per l’organizzazione psichica di chi vi assiste perché alimenta il sentimento di impotenza rispetto agli eventi e favorisce l’insorgere di vissuti ansiosi.
Il bambino che assiste a episodi di violenza familiare subisce due tipi di influenze. Da una parte si sente prepotentemente spinto a intromettersi affinché il litigio finisca, dall’altra il bambino apprende schemi comportamentali che tenderà poi a imitare (Bandura, 2000; Steiner, 1992).
L’incuria
Con il termine incuria si intende una modalità di accudimento non adeguata alle esigenze del bambino fino a raggiungere una valenza patologica. Le cure di accudimento possono essere carenti sia dal punto di vista fisico che psicologico e si concretizzano con trascuratezza nell’alimentazione, nella pulizia, nella relazione che appare carente sia sotto il profilo affettivo che educativo. L’incuria può manifestarsi anche con un accudimento patologico (D’Andrea, 2020) derivanti da un pensiero educativo distorto.
Nell’incuria non c’è una palese volontà di nuocere al proprio figlio, tuttavia, i comportamenti che ne derivano finiscono con l’essere nocivi per il bambino e per il suo equilibrio psicofisico.
Le conseguenze della violenza psicologica
La violenza psicologica non lascia lividi sul corpo, ma ne lascia molti nell’anima sia nell’adulto che, a maggior ragione, nel bambino (Mazzaglia, 2010; Pace, 2018). Le neuroscienze ci dicono che il cervello di un bambino, e quindi il suo apparato mentale, sono in formazione almeno fino alla tarda adolescenza (Crone, 2015) e di conseguenza ogni esperienza più o meno traumatica finirà per creare qualche problema sul piano emozionale, cognitivo e/o della personalità.
Il risultato è che gli effetti della violenza psicologica accompagneranno per tutta la vita l’individuo che l’ha subita. Le principali conseguenze della violenza psicologica riguardano la perdita dell’autostima intesa come incapacità di piacersi, di apprezzarsi e di accettare il proprio Sé. I giudizi negativi e svalutanti e le parole denigratorie agiscono negativamente sull’autostima indebolendo l’immagine che il bambino ha di sé e, nello stesso tempo, spingendolo a pensare di essere un incapace.
Un’altra conseguenza della violenza psicologica è la tendenza a sviluppare dei sensi di colpa. Molti autori hanno insistito sull’importanza delle figure di riferimento nel processo di crescita (Winnicott, 1975, 1986, 1987, 1993; Spitz, 2009; Klein, 1969a, 1969b). La violenza psicologica (ma anche quella fisica e sessuale) ha effetti devastanti poiché gli adulti che usano tali mezzi coercitivi non esprimono sentimenti d’amore verso i propri figli così come non esprimono rispetto per loro e per il loro pensiero. Il bambino maltrattato psicologicamente matura lentamente l’idea di essere un figlio sbagliato, che non risponde a ciò che i genitori si aspettano da lui e quindi di essere causa del malessere dei genitori e di essere un bambino cattivo. Il senso di colpa che segue questo tipo di elaborazione spinge il bambino a ricercare costantemente il riconoscimento da parte dei propri genitori anche a costo di commettere azioni riprovevoli con lo scopo di ricevere le briciole di una attenzione che però non è meritata.
Il senso di colpa, in ogni caso, porta a comportamenti autopunitivi da una parte e riparatori dall’altra. I comportamenti autopunitivi si concretizzano in comportamenti potenzialmente rischiosi come la frequenza di gruppi di persone devianti che finiscono per attivare i genitori che rincarano la dose di maltrattamento. I comportamenti riparatori si caratterizzano invece per una eccessiva docilità alla ricerca di un perdono che non arriva mai e di un riconoscimento affettuoso da parte di chi si occupa di loro. I due tipi di comportamento possono alternarsi all’interno della famiglia oppure possono essere opposti a seconda che il bambino agisca in casa oppure in altri contesti quali quelli scolastici oppure legati ai gruppi dello sport o degli amici.
La violenza psicologica è anche in grado di interferire con lo stile di attaccamento (Bowlby, 1982; Bowlby, 1996). Secondo Bowlby l’attaccamento è un comportamento che caratterizza la vicinanza affettiva verso una persona ritenuta in grado di affrontare il mondo in modo adeguato. Questa definizione implica che tra chi agisce il comportamento di attaccamento e il caregiver deve esserci un rapporto di grande fiducia. Il bambino che sviluppa un attaccamento verso la madre sa di poter contare su di lei e di potersi fidare di lei. Un rapporto adeguato e rassicurante da parte del caregiver aiuta il bambino a sviluppare un attaccamento sicuro.
Lo sviluppo della personalità risente della possibilità o meno di aver sperimentato una solida “base sicura” (Ainsworth, 2006; Main, 2008).
A corredare le conseguenze più sopra riportate in conseguenza della violenza psicologica non possiamo dimenticare che tali situazioni di grave sofferenza psichica per il bambino non possono che aumentare il livello di stress con tutte le conseguenze che ciò comporta come l’insorgere di reazioni somatiche quali vomito, cefalee e disturbi intestinali, il senso di inquietudine, l’insorgere di ansia generalizzata o di ansia fobica che, nel tempo, possono dare vita a processi di tipo nevrotico oppure psicotico.
Ma è possibile accorgersi del fatto che un bambino è vittima di violenza psicologica? Non sempre è facile. In ogni caso improvvisi cambiamenti comportamentali quali modificazioni nelle modalità relazionali, l’insorgere di problematiche psicologiche quali ansia o sintomi di tipo somatico possono far sorgere il sospetto che qualche cosa sia cambiata nella vita del bambino. Tuttavia, non occorre essere precipitosi nel trarre conclusioni.
Come è possibile, quindi, aiutare questi bambini? Innanzitutto, occorre notare come la maggior parte della violenza psicologica venga agita all’interno delle mura di casa e già questo rende più difficile l’individuazione della violenza subita. I genitori sono il punto di riferimento dei bambini e amano i propri bambini nonostante essi siano gli agenti abusanti. Questo indiscusso sentimento porta i bambini a sviluppare una sorta di omertà che raramente li porterà a parlare dei comportamenti dei genitori.
Un secondo punto che va preso in considerazione è la difficoltà di fissare un limite per distinguere ciò che potrebbe essere definita violenza psicologica da quello che potrebbe rientrare nei canoni culturali di un atto educativo.
Conclusioni
La violenza psicologica e i vari tipi di maltrattamento che gli adulti adoperano verso i bambini sembrano essere favoriti dalle condizioni di vita frenetiche oppure da frustrazioni legate a problematiche in ambito lavorativo o da dissapori e conflitti all’interno della coppia genitoriale (Pace, 2018).
La coppia, infatti, prima di diventare una famiglia è abituata a un equilibrio dato dalla routine di vita che raramente viene stravolto. Con la nascita di un bambino, che trasforma la relazione duale in una relazione triangolare, l’equilibrio di cui si diceva prima si rompe e ciò può dare adito a incomprensioni e a conflitti.
Man mano che il figlio cresce, i genitori, oltre ad affrontare i propri momenti di disaccordo, devono tener conto anche delle esigenze e delle richieste del proprio figlio alle quali non sempre si è in grado di rispondere adeguatamente sperimentando una sensazione di inadeguatezza come genitori. D’altra parte, lo stress della vita quotidiana toglie la disponibilità all’ascolto per cui, mentre l’adulto dovrebbe mettersi nella dimensione del bambino al fine di comprendere meglio quello che pensa e quello che richiede, al contrario si aspetta che il bambino si spinga nella dimensione dell’adulto e che comprenda i suoi bisogni e le sue necessità.
Sarebbe opportuno che gli adulti avessero una maggiore consapevolezza del valore educativo che loro, come genitori, hanno verso i propri figli e del fatto che alcuni atteggiamenti e alcune parole hanno, invece, un effetto molto dannoso sulla psiche e sull’autostima del proprio figlio.
Un aiuto importante al dialogo col bambino può darlo il “bambino” che ognuno di noi ha dentro di sé, che nella maggior parte dei casi, viene messo da parte per dare posto a quella parte di sé critica e giudicante. Il “bambino” che ognuno di noi ha con sé può divenire un ottimo strumento per aiutare i genitori a dialogare con i propri figli, permettendogli di vederli come persone in crescita desiderosi di imparare e nello stesso tempo di diventare autonomi e indipendenti nelle loro azioni e nel loro pensiero.
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