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Rivista Infanzia

Un albero ci pone tante domande, ancor di più se arrampicabile

Non ci riesco!
Antonio Di Pietro

Pedagogista ludico, docente a contratto alla Scuola di Studi Umanistici e della Formazione dell’Università di Firenze e presidente dei CEMEA della Toscana

19 febbraio 2026

ABSTRACT

A. (29 mesi) si avvicina a un ciliegio giapponese spoglio e con grossi rami divaricati che partono da circa cinquanta centimetri. Porta le mani a un ramo all’altezza della sua testa, alza il più possibile una gamba e quando riporta a terra il piede: «Non ci resco!».

PAROLE CHIAVE
GiocoStorie verdiSfideConfiniSensi

Le domande

A. si guarda intorno, s’infila fra due rami, ne abbraccia uno, sembra annusarlo e si spinge verso l’alto: «Oh issa!». Poi, fa qualche passo indietro: «Voio salire».

Gira intorno all’albero, si sofferma a osservare la corteccia e si appende con le mani a un altro robusto ramo. Solleva i due piedi da terra e sgambetta. Lascia la presa e guarda l’educatore: «Non ci resco a salire!». L’educatore mantiene lo sguardo in modo incoraggiante senza aggiungere altro.

S’infila di nuovo fra i due soliti grossi rami, si spinge verso l’alto e a lungo si dimena. Il respiro è affannato, si ferma: «Non ci resco!». E struscia una mano sulla liscia corteccia.

non demorde, raggiunge il ramo sporgente più basso e con un saltello ci poggia la pancia lasciando penzolare gambe e braccia.

Ritorna con i piedi per terra e sconsolato: «Dado, guarda!». Il “dado”, così chiama l’educatore, è là sin dall’inizio che lo guarda compiaciuto.

alza le braccia e si allunga a più non posso fino a sfiorare un tronco più alto di lui. Ma perde l’equilibrio e cade sull’erba. L’educatore continua a guardarlo e, restando sul posto, fa un lieve sorriso.

si alza, guarda l’educatore, volge lo sguardo verso il cielo e dice ancora a sé stesso e agli altri: «Non ci resco!».

“Non ci riesco!”, dice A. impegnato in una giocosa esperienza dove non c’è niente di pericoloso: i rami sono molto robusti e sono alti all’incirca quanto i bambini. Stando alle norme sulla sicurezza si potrebbe salire fino a 150 cm se c’è un manto erboso come area d’impatto, fino a 100 cm se s’è la terra. Di certo è un gioco irresistibile grazie anche a quel “pizzico” di rischio tipico dell’arrampicata. E allora lasciamo crescere alberi in modo che i bambini possano salirci sopra in sicurezza, piantiamo alberi arrampicabili. Sarà un prezioso contributo per la giocosità e per l’ambiente.

Nel corso degli anni A. ha trascorso molto tempo a giocare intorno a quest’albero, così come a osservare i suoi compagni alle prese con l’arrampicata. Adesso tocca a lui, su quell’albero che è sempre là e varia con lo scorrere delle stagioni. Forse alla fine dell’anno riuscirà a salire su uno di quei rami, dopo mesi e mesi a tu per tu con le sue frustrazioni, consolato dallo sguardo complice degli adulti e dallo stare in un ambiente naturale. Sembra che A. conosca bene molti piccoli particolari di questo ciliegio giapponese. E quel soffermarsi sui dettagli dell’albero pare che sia fondamentale per rigenerare la propria tenacia e riprovarci ancora.

Riflettiamo su come noi reagiamo alle insoddisfazioni dei bambini che in qualche modo sono anche un po’ le nostre. Si dice spesso che i bambini di oggi abbiano difficoltà a gestire le frustrazioni. Lo stare all’aperto in ambienti naturali è un toccasana per situazioni ludiche come queste, a partire dal fatto che il contatto con il verde favorisce il rilassamento.

Nel gioco i bambini riescono bene a fare tante cose che talvolta non vengono considerate come tali, come accarezzare i confini per tendere progressivamente a superarli.

Ringrazio i servizi educativi 06 di Parmainfanzia dove ho video-ripreso l’attimo ludente qui riportato.

Infanzia, 3/2025, p. 54

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