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Bambini e dispositivi digitali
Daniela Conti, Biologa, esperta in genetica molecolare
Ivana Bolognesi, Docente di Pedagogia sociale e interculturale, Dipartimento di Scienze dell’Educazione Università di Bologna
9 agosto 2026
Sono molto lieta di poter approfondire con te, in quanto esperta di biologia molecolare, un tema di particolare rilevanza in ambito educativo, ovvero l’uso dei dispositivi tecnologici, dai tablet ai cellulari, da parte di bambini piccoli e piccolissimi. Credo che questo approfondimento possa servire non solo per costruire un dialogo tra discipline, biologia e pedagogia, ma anche per diffondere i risultati delle ricerche scientifiche sugli effetti di questo utilizzo a coloro che operano nei servizi per la prima infanzia. Prima però di iniziare la nostra intervista, vorrei chiederti se ci puoi descrivere brevemente di cosa si occupa la biologia.
La biologia è un campo di indagine vastissimo perché è lo studio della vita, come dice il suo stesso nome composto dalla parola greca “bios”, che appunto significa “vita”. Perciò la biologia si occupa di tutto ciò che vive, dal microcosmo, quindi microbi e altre entità che possiamo vedere – o anche non vedere – per mezzo del microscopio, per esempio le molecole come il DNA, fino al macrocosmo, ovvero tutta la biosfera visibile. Il macrocosmo comprende infatti gli animali, le piante e le relazioni ecologiche esistenti fra esseri viventi e ambienti. Insomma, la biologia è un campo di studio quasi illimitato. Ma l’aspetto più misterioso di questa indagine riguarda il concetto stesso di vita: ancora non sappiamo che cosa sia la vita, non abbiamo ancora una definizione condivisa da tutto il mondo scientifico. Tanto per chiarire il livello d’incertezza, non sappiamo ancora se i virus siano da classificare come viventi oppure no. E questo aspetto, dal mio punto di vista, vuol dire che qualcosa nell’essenza stessa della vita ancora sfugge ai nostri criteri esplicativi, e ci spinge ad ampliare la portata delle nostre domande e della nostra indagine. Direi che, da questo punto di vista, la biologia è una scienza un po’ speciale, perché solo lo studio della mente umana condivide questa mancata definizione del suo oggetto d’indagine.
In particolare, la biologia molecolare nasce nel 1953 con la scoperta della struttura a doppia elica del DNA1. Nelle sequenze di basi chimiche che costituiscono la molecola di questo acido nucleico sono contenute le informazioni (i geni) necessarie alla costruzione di ogni tipo di organismo. Negli ultimi vent’anni è stato scoperto che le informazioni inscritte nel DNA non sono sufficienti da sole a determinare ciò che un organismo è e fa. Il DNA e i suoi geni non sono autonomi dall’ambiente, anzi funzionano in modo dipendente da esso, in una sorta di dialogo continuo. Da questa scoperta nasce l’epigenetica, la scienza che studia come il DNA risponde al variare delle condizioni esterne, cambiando il proprio funzionamento e adattandosi all’ambiente. Quindi ogni essere vivente è il frutto non solo dei suoi geni, ma anche delle sue esperienze, momento per momento, e quindi della sua storia. Perciò il patrimonio genetico non ci determina in modo assoluto, come si pensava fino a poco tempo fa, ma è flessibile e influenzato dai segnali provenienti da tutto l’ambiente in cui siamo immersi.
Direi che la tua descrizione del concetto di epigenetica e degli stretti collegamenti tra DNA e ambiante, si presta a introdurre il tema degli schermi degli oggetti digitali, ormai parte della vita quotidiana di ogni bambino. Quali possono essere le loro influenze su corpi in piena crescita come quelli dei bambini?
Il corpo dei bambini piccoli e piccolissimi è in pieno sviluppo e questo vuol dire che i processi di interazione con l’ambiente esterno sono massimamente importanti e influenzano la formazione di tutti gli organi, comprese le strutture nervose del cervello. Infatti, lo sviluppo neurale raggiunge la massima attività negli anni dell’infanzia, anche se la connettività cerebrale continua a svilupparsi anche dopo i vent’anni. E sappiamo che la formazione delle sinapsi, cioè delle connessioni fra i neuroni a livello cerebrale, è molto influenzata dall’ambiente e dalle esperienze che di esso facciamo.
Quello che succede dalla vita fetale fino ai due anni dovrebbe diventare un punto focale di attenzione non solo per molti campi disciplinari, come la pedagogia, ma anche per tutte le aziende che producono oggetti tecnologici destinati ai bambini, compreso il marketing ad essi collegato.
Quale tipo di influenza può esercitare lo schermo di un dispositivo digitale sulla crescita neurale dei bambini?
Negli anni recenti vi è stato un notevole incremento delle ricerche volte a chiarire gli effetti che l’esposizione agli schermi digitali – siano essi cellulari o tablet – può avere sullo sviluppo neurologico e cognitivo dei bambini, soprattutto nella prima infanzia.
Numerosi test psicologici e comportamentali hanno raccolto molte prove del fatto che un’eccessiva esposizione agli schermi digitali influenza negativamente lo sviluppo del linguaggio, le abilità motorie, la capacità di risolvere problemi e lo sviluppo sociale.
Per esempio, al fine di valutare l’influenza del tempo-schermo sul normale sviluppo di queste abilità nei bambini, uno studio (Madigan, Browne, et al., 2019) ha sottoposto a test comportamentali bambini distribuiti in due gruppi, a seconda del tempo da loro trascorso ogni giorno davanti a uno schermo digitale (tempo-schermo). Un gruppo trascorreva davanti allo schermo meno di un’ora al giorno, per l’altro invece il tempo di esposizione superava un’ora al giorno. I bambini dei due gruppi furono sottoposti agli stessi test a intervalli regolari di tempo: a due, a tre e a cinque anni. I test hanno indicato che i bambini con tempo-schermo minore davano risultati migliori dei bambini dell’altro gruppo con tempo-schermo elevato e che le differenze erano soprattutto significative alla terza rilevazione, a cinque anni, cioè dopo tre anni di diversa esposizione agli schermi. Gli studi come questo sono detti longitudinali perché esaminano gli stessi soggetti in momenti diversi di un determinato arco di tempo. Quindi, a parità delle altre condizioni, si presume che le differenze nei risultati dei due gruppi di bambini dipendano dalla variabile che li distingue, in questo caso il tempo-schermo.
Altri studi hanno indagato l’influenza del tempo-schermo sulle strutture cerebrali e il loro funzionamento, mediante tecniche di immagine neurofunzionale, cioè tecniche che consentono di visualizzare mappe delle aree cerebrali che si attivano (si illuminano di colori particolari) mentre il soggetto è impegnato in un compito specifico.
Studi di questo tipo hanno dimostrato che l’esposizione agli schermi digitali attiva i circuiti cerebrali della dopamina (Sigma, 2017). La dopamina è un importante neurotrasmettitore degli impulsi nervosi fra neuroni cerebrali, e questi circuiti di neuroni (detti dopaminergici) sono gli stessi che vengono attivati dagli stimoli che provocano piaceri naturali come il cibo, l’acqua e il sesso, oppure artificiali, come il fumo, l’alcol, gli zuccheri e le sostanze stupefacenti. Questi circuiti cerebrali del piacere sono quindi collegati con la motivazione ad agire e con la sensazione gratificante di ricompensa che ricaviamo dal compiere queste azioni. Il desiderio di moltiplicare le esperienze di piacere soddisfatto può portare allo stabilirsi di una dipendenza dagli oggetti che provocano la sensazione di ricompensa, come dirò meglio fra poco, ecco perché, purtroppo, nel mondo stanno aumentando i casi di dipendenza da schermo digitale nei bambini (Sigma, 2017).
I circuiti dopaminergici sono collegati anche all’attenzione e all’apprendimento, e negli ultimi studi si è trovato che nei bambini abituati a trascorrere molto tempo sugli schermi la capacità di attenzione diminuisce e con essa anche quella di apprendimento. Quindi gli effetti di un tempo-schermo eccessivo collegati alla dopamina sono molteplici e possono essere molto negativi.
Ora vorrei introdurre un altro aspetto molto importante che è stato messo in relazione con un eccessivo tempo-schermo, e cioè la diminuita capacità di controllo inibitorio.
Il controllo inibitorio è la capacità di bloccare con una scelta razionale pulsioni innate e attrazioni spontanee verso qualcosa che è presente nell’ambiente esterno. Questo vuol dire che un bambino, o un adulto, è capace di rinunciare a una gratificazione immediata, in vista di una ricompensa posposta nel tempo (p.e. non mangio questa fetta di torta perché può far male al mio diabete).
Diverse ricerche si sono concentrate sulla relazione fra tempo-schermo e capacità di controllo inibitorio nei bambini. In particolare, una tecnica di immagine neuro-funzionale molto nuova e sofisticata è stata impiegata in uno studio del 2024 (Xiaoxu, Xi, et al., 2024): questa tecnica è chiamata spettroscopia funzionale nel vicino infrarosso (fNIRS, ovvero Functional Near-Infrared Spectroscopy). Sulla testa del bambino viene infilata una cuffia elastica con tanti bottoncini collegati a elettrodi che captano le variazioni di emoglobina ossigenata, dovute all’aumento del flusso sanguigno nelle aree cerebrali diventate più attive mentre il bambino è impegnato in un test del controllo inibitorio. I bambini esaminati in questo esperimento avevano un’età media di tre anni, ed erano stati divisi in due gruppi: quelli abituati a trascorrere sugli schermi digitali più di un‘ora al giorno e quelli con tempo-schermo inferiore a un’ora al giorno. I risultati della fNIRS hanno dimostrato che nel gruppo dei bambini con tempo-schermo elevato la capacità di controllo inibitorio era minore e si associava a una diminuita attività delle aree della corteccia cerebrale prefrontale, tipicamente la sede del controllo inibitorio.
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Potresti approfondire la questione degli effetti dello schermo sul sistema neurale del bambino?
I primi due anni di età sono importantissimi per lo sviluppo neurale del bambino. In questa fase il cervello produce moltissime sinapsi, cioè punti di contatto fra i neuroni. Quindi in questa fase la connettività fra cellule nervose è la più alta che avremo in tutta la vita. Ma dato che energeticamente è poco sostenibile mantenere attive tutte queste connessioni, cioè tutti questi circuiti di neuroni, dopo i due anni comincia un processo detto di “potatura” (pruning) che prosegue poi anche successivamente, e ciò comporta una diminuzione progressiva delle sinapsi2. Col pruning restano attive solo le sinapsi che sono effettivamente utilizzate. Quindi, nel cervello, si formano dei circuiti elettrici preferenziali sottostanti, per esempio, a tutti gli schemi di movimento del bambino, schemi che gli consentono di conquistare la stazione eretta e l’equilibrio, di fare movimenti armoniosi, di spostarsi nel suo ambiente in maniera adattativa. Se il bambino nei primi due anni viene direzionato verso stimoli – come gli schermi digitali – che attivano i circuiti del piacere e diminuiscono il suo controllo inibitorio, ciò avrà come diretta conseguenza la sua preferenza verso quegli stimoli. Tra parentesi, il discorso vale anche per lo zucchero o per il privilegiare la visione di immagini in movimento. Col passare del tempo, se queste abitudini si cronicizzano, nei casi più gravi possono instaurarsi dipendenze invalidanti, la persona non è più in grado di esercitare il suo controllo inibitorio razionale su queste pulsioni gratificanti nell’immediato, ma a lungo termine dannose.
Se il bambino si è abituato a un uso intenso degli schermi digitali (superiore a un’ora al giorno, come descritto dagli studi), i suoi circuiti cerebrali della dopamina saranno particolarmente sensibili a questa stimolazione. Perciò, quando cercheremo di dare dei limiti di tempo al bambino nella sua fruizione, la reazione potrà essere anche di frustrazione e di rabbia. Non è facile per un cervello, specie se in pieno sviluppo, che ha acquisito come regola predominante la soddisfazione del piacere immediata e veloce, accettare che il suo desiderio sia limitato o rimandato. Quindi la visione di uno schermo potrebbe diventare un piacere al di sopra di ogni altro, tanto da essere preferito al gioco individuale e con gli amici, a una passeggiata al parco con il nonno o a una festa di compleanno.
Inoltre, anche la velocità di questi dispositivi va considerata poiché ha conseguenze significative sull’attenzione e sulla incapacità di concentrarsi. In uno studio (Xiaoxu, Xi, et al., 2024) si riporta che i bambini che avevano iniziato a utilizzare gli schermi prima dei due anni presentavano, rispetto ai bimbi con uso tardivo, punteggi significativamente più bassi nel funzionamento emotivo e nello sviluppo psicosociale, nonché rischi più elevati di problemi di condotta e di apprendimento. Quindi i risultati di questi studi sconsigliano fortemente un inizio precoce (prima dei due anni) nell’uso dei dispositivi digitali.
Se si vuole che lo sviluppo cerebrale di un bambino, soprattutto se ha meno di due anni, sia equilibrato, è fondamentale tenerlo lontano dagli schermi digitali o limitarne fortemente l’uso.
Dopo i due anni di età che cosa accade al cervello di un bambino?
I due anni di età sono un momento particolarmente critico, ma evidentemente non si risolve tutto lì. Il cervello umano mantiene una notevole plasticità e flessibilità per tutta l’adolescenza e anche negli anni successivi, oltre i vent’anni e forse, in misura molto minore, anche dopo.
Poiché anche dopo i due anni i rischi di effetti psicosociali negativi e di dipendenza dagli schermii sono connaturati all’uso dei dispositivi digitali, per prevenire influenze dannose occorre che il tempo di esposizione agli schermi sia controllato dagli adulti.
Questa gestione implica anche un’attenzione ai contenuti veicolati dalle immagini. Per esempio, esistono dei video chiamati Unboxing (aprire la confezione) che sollevano interrogativi inquietanti e rilevanti perplessità. In questi brevi filmati l’unica azione, sempre ripetuta, è lo spacchettamento di una scatola al cui interno è presente un oggetto, spesso collegato a pubblicità commerciali, come un cellulare, un giocattolo o un capo d’abbigliamento. Questi video puntano sulla naturale tendenza umana a vivere con piacere l’emozione dell’aspettativa e della sua conseguente soddisfazione e sorpresa/piacere. Quindi, è lecito porsi la seguente domanda: quali effetti si possono produrre in un bambino di due o più anni che continua a percepire in modo ripetitivo il circolo aspettativa – sorpresa – piacere? Certo la visione di quelle immagini stimola la produzione di dopamina, ma cosa accade nelle strutture cerebrali di quel bambino quando guarda per più di un’ora uno stesso tipo di video con immagini de-narrativizzanti, come quelle dell’apertura di una scatola, che stimolano la produzione di dopamina? Le ultime ricerche delle neuroscienze indicano la possibilità di effetti negativi sul funzionamento cerebrale.
Puoi aggiungere un breve approfondimento sul rapporto tra dopamina e motivazione?
Come dicevo, la dopamina è un neurotrasmettitore che interviene nei circuiti cerebrali collegati al piacere, quindi alla motivazione, cioè la spinta a ottenere o a fare certe cose. Se fare una data cosa genera in noi piacere (collegato alla produzione di dopamina), il provare piacere crea in noi un senso gratificante di ricompensa. Ed è proprio sul senso di ricompensa indotto che si basano le varie forme di condizionamento nell’essere umano come negli altri animali, vedi i famosi esperimenti sui cani condotti da Pavlov. In questi esperimenti, la presentazione l’uno dopo l’altro di due stimoli ripetutamente abbinati (suono di un campanello e offerta di carne) induceva il cane a salivare non appena udiva il campanello, anche se la carne non era ancora presente. Ciò dimostra che nel cervello del cane si era formata un’associazione diretta tra i due stimoli. Qualcosa di analogo accade nel bambino che, osservando continuamente un certo tipo di immagini ripetute, come nei video di unboxing, si aspetta l’arrivo di un evento che lo sorprenderà. Ciò lo lega a una continua aspettativa che gli genera piacere e divertimento.
Questi circuiti cerebrali viziosi – più piacere, più dopamina, più piacere – con elevata produzione di dopamina sono difficili da dissolvere, poiché inducono dipendenza dal continuo provare piacere, e quindi dalla continua stimolazione. Una diretta conseguenza di ciò è la diminuzione del controllo inibitorio per cui un bambino, ma anche un adulto, non riesce più a resistere all’offerta immediata del piacere che la visione di quelle immagini gli procura. Da ciò consegue il dato riscontrato che la frequenza delle dipendenze da Internet e dai social media tra i bambini sta aumentando a livello mondiale; come rivela la cronaca quotidiana, è soprattutto fra gli adolescenti che questi problemi stanno diventando esponenziali.
Il controllo inibitorio è una capacità neurologica, collegata alle parti più elevate della corteccia cerebrale, che permette di vincere l’impulsiva attrazione verso un oggetto presente nella realtà immediata. Il controllo inibitorio si costruisce nel corso dell’infanzia e sono le figure educative a regolarlo: se il bambino vuole l’ennesima caramella o vedere ancora un video sullo schermo di un oggetto digitale, è il genitore o comunque il caregiver adulto a negare la richiesta perché il bambino è piccolo e non ha ancora perfezionato questo controllo. E con questo ultimo esempio spero di essere riuscita a spiegare come l’esposizione a uno schermo e ai suoi contenuti diventi una componente del circuito piacere – dopamina che si rafforza a scapito del controllo inibitorio.
In altre occasioni hai descritto l’importanza dei ritmi circadiani. Ci puoi raccontare che cosa sono e quali sono gli effetti degli schermi su questi ritmi?
La luce blu emessa dagli schermi digitali fa male, in qualunque momento e a qualunque età. Queste emissioni possono portare ad anomalie e disturbi nella regolarità del sonno, soprattutto se i dispositivi sono usati anche la sera. Infatti, la luce blu interferisce con l’alternanza sonno-veglia, uno dei principali ritmi circadiani che regolano il funzionamento del nostro corpo.
Per ritmi circadiani si intendono quei processi della nostra fisiologia che presentano cicli regolari nell’arco delle 24 ore. Oltre a quello già ricordato ve ne sono molti altri, ad esempio il ciclo appetito-sazietà e quelli di tanti ormoni importanti che sostengono processi fisiologici fondamentali, come il cortisolo. Tutti questi ritmi sono governati da una sorta di “orologio biologico”. Ogni organismo vivente sulla Terra, compresi quelli microscopici e unicellulari, è dotato di un proprio orologio. Negli esseri umani, nella profondità del cervello è situato l’orologio principale che regola in maniera sincronizzata tanti altri orologi più piccoli, sparsi negli organi del nostro corpo.
Tutti questi orologi biologici sono costituiti da elementi (cellule nervose o molecole) sensibili alla luce solare e al suo variare nell’arco della giornata. In pratica, colgono l’alternanza di luce e di buio collegata alla rotazione della Terra intorno al suo asse. E questa alternanza di luce e buio regola nel nostro cervello la produzione ciclica di un ormone, la melatonina, che induce il sonno.
Così, per esempio, in noi che siamo animali diurni e governati dalla vista, certi processi – come quelli legati alla concentrazione e all’attenzione – raggiungono il loro massimo intorno a mezzogiorno, nel pieno della luce solare, per poi diminuire gradualmente insieme alla luce.
L’esposizione continua alla luce blu dei dispostivi tecnologici e delle luci a led, specialmente la sera, inibisce la produzione di melatonina. Ciò altera il funzionamento del nostro orologio biologico e provoca alterazioni del sonno. Per questo è opportuno, anche per gli adulti ma soprattutto per i bambini, trascorrere più tempo all’aperto, alla luce del sole e limitare l’esposizione alla luce blu degli schermi nelle ore serali.
Quali indicazioni può offrire la biologia all’educazione?
La grande fioritura neurale che si ha nei primi anni di vita e l’enorme plasticità del cervello che prosegue negli anni successivi, porta a sottolineare l’estrema importanza di tutto quello che un bambino può fare con le sue mani e il suo corpo, imparando a coordinare le diverse esperienze sensoriali: la vista, il tatto, l’udito. Quindi sono di estrema importanza attività come musica, danza, disegno e modellamento di materiali, svolte soprattutto all’aperto, ma anche la corsa, le attività fisiche e il gioco d’invenzione. Tutte queste attività sono di particolare importanza per un armonioso sviluppo del bambino tutte le attività che richiedono l’armonizzazione di capacità diverse, che stimolano l’attivazione di un elevato numero di circuiti neurali, neppure paragonabile al numero di quelli coinvolti dall’osservare immagini in uno schermo elettronico.
Se viene offerto con sistematicità uno strumento che invece impedisce o limita lo sviluppo delle abilità manuali e fisiche complesse, come per esempio la scrittura, la pittura o il suonare uno strumento, si può andare incontro a un impoverimento anche cognitivo. I bambini non sanno più scrivere, specialmente la scrittura in corsivo, ma saper scrivere è fondamentale non solo perché sviluppa la coordinazione fra la mano e gli altri i sensi, come la vista e il tatto, ma anche per il suo stretto collegamento con importanti capacità cognitive (pensare, immaginare, astrarre ecc.). Scrivere con una tastiera non è come scrivere con una penna o colorare con una matita: utilizzare le dita della mano per creare forme sempre più articolate genera coordinazione fra reti e circuiti complessi nel cervello. E questo aiuterà il bambino, e poi l’adulto, nell’affrontare tutti gli aspetti della vita.
Conti, D., Bolognesi, I. (2025). Epigenetica. Il nuovo codice della vita. Giunti Scuola. https://www.giuntiscuola.it/articoli/epigenetica-il-nuovo-codice-della-vita-laboratorio/pdf (ultima consultazione: s.d.).
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