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PSL Zero6

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Rivista Bambini

Un viaggio tra radici, linfa e suoni per educare all’ascolto e alla meraviglia

Alla scoperta del Parco Sonoro di Pecetto Torinese
Davide Spina, Media educator, esperto di connessioni creative tra tecnologie, media, musica e nuove visioni

7 agosto 2026

ABSTRACT

Tra le possibilità che gli strumenti digitali offrono per entrare in relazione con la natura, il sonoro offre interessanti stimoli: nell’esperienza del Parco Sonoro di Pecetto Torinese si aspira a promuovere la biofilia a partire dall’ascolto delle piante, cercando di capire come gli alberi respirano e cantano. Per questo, anziché pensare alla tecnologia come strumento che distrae o semplifica, se ne valorizza il potenziale di estensione a disposizione dell’essere umano, per accogliere nuovi punti di vista e incrementare le conoscenze.

PAROLE CHIAVE
Parco SonoroAscolto delle pianteBiofiliaApproccio ecologicoNatura

Come si può raccontare la natura ai bambini in un modo che non sia solo spiegazione ma esperienza viva, concreta e meravigliosa? Il Parco Sonoro di Pecetto Torinese parte proprio da questa domanda e trova una risposta sorprendente: ascoltare la voce delle piante. Attraverso speciali dispositivi, le variazioni elettriche prodotte dalla linfa che scorre nei fusti vengono tradotte in suoni reali. È come se la pianta rivelasse il proprio ritmo interiore, trasformando ciò che normalmente è invisibile e silenzioso in musica.

Per i bambini questa scoperta è una rivelazione: capire che gli alberi “respirano” e “cantano” li aiuta a immaginare la natura non come uno sfondo immobile, ma come un organismo vivo con cui entrare in dialogo. Da qui nascono laboratori, orti sonori e attività in cui la scienza incontra la pedagogia, la tecnologia si fonde con l’arte, e il rapporto con l’ambiente diventa un’avventura sensoriale e educativa.

Biofilia, poesia e suoni per la scuola dell’infanzia e il nido

Una domanda semplice è stata posta prima che il progetto del parco sonoro prendesse forma: “I genitori raccontano favole ai loro figli per farli addormentare, ma nel bosco i piccoli alberi quali storie ascoltano per dormire?”. Questa intuizione poetica, quasi un sussurro nel vento, è alla base di un viaggio che unisce la scienza, la musica, la storia, la natura e la pedagogia in un’unica esperienza che trasforma la scuola in un luogo magico di scoperta e meraviglia grazie al progetto del parco.

Che cos’è il Parco Sonoro?

Il Parco Sonoro nasce a Pecetto Torinese, un piccolo paese tra le colline torinesi, terra di ciliegie ma soprattutto di storie, alberi e suoni. Non è solo un parco, ma un parco diffuso, un luogo che non si esaurisce in uno spazio fisico delimitato, ma che si estende nella comunità, nel paese, nelle scuole, nei sentieri e nei racconti di chi lo attraversa. È un intreccio di luoghi, attività, e storie dove il visitatore è invitato a percorrere le strade di Pecetto che raccontano la relazione tra uomo, natura e cultura.

La sua forza sta proprio nel mettere insieme piani diversi: il paesaggio naturale, con le sue piante e i suoi cicli; la memoria storica, che lega Pecetto a scrittori, musicisti e artisti; la musica, che diventa il linguaggio universale per dare voce agli alberi e al territorio. L’idea è semplice e radicale allo stesso tempo: collegare questi elementi in un’esperienza multisensoriale e partecipata, capace di far sentire ogni bambino, ogni visitatore, parte di un racconto condiviso (Sobel, 2024).

Le querce, i ciliegi e i castagni diventano “testimoni” silenziosi che raccontano, attraverso il loro suono, le vite di grandi personaggi che hanno attraversato Pecetto: Calvino, Salgari, Toscanini, Puccini, Visconti. Ogni albero diventa così un narratore naturale, capace di collegare la vita vegetale a quella culturale, i cicli della natura alle storie dell’uomo.

Il parco diventa così un teatro naturale dove è possibile ascoltare il concerto degli alberi, un evento che avviene grazie all’ascolto delle vibrazioni della linfa delle piante, trasformate in suoni reali e profondi. I bambini, ma anche gli adulti, possono così avvicinarsi a una forma di scienza che si fa immediatamente esperienza sensibile: non formule astratte, ma suoni che vibrano nell’aria e dentro il corpo.

Non è solo scienza: è poesia sonora, un invito a scoprire il mondo come organismo vivo e pulsante, un ecosistema di cui si fa parte e che risponde. È anche un laboratorio a cielo aperto, dove l’educazione ambientale si intreccia con la musica e l’arte, aprendo spazi di apprendimento che superano le mura della classe e diventano parte della vita quotidiana.

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Il progetto diffuso: dal parco alle scuole, dalle gite ai laboratori

Il Parco Sonoro non resta confinato agli spazi verdi di Pecetto, ma si espande come un’onda che raggiunge le scuole, trasformandole in veri e propri laboratori vivi di biofilia (Wilson, 1987). Non si tratta solo di visitare un parco, ma di portare dentro la quotidianità educativa un modo nuovo di osservare, ascoltare e vivere la natura. L’idea è quella di costruire un ponte costante tra l’esperienza diretta sul territorio e la vita scolastica, così che l’apprendimento non si esaurisca in un momento isolato ma diventi parte integrante del percorso di crescita.

Attraverso percorsi didattici, giochi, esperimenti e attività manuali, i bambini di tutte le età vengono accompagnati a sviluppare un rapporto attivo con la natura: seminare, osservare una pianta che cresce, registrare un suono e confrontarlo con altri, raccontare un’esperienza attraverso il disegno o la musica. Questi strumenti fanno sì che la natura non sia percepita come qualcosa di lontano o astratto, ma come una realtà quotidiana, vicina, che risponde e interagisce.

Le gite ambientali rappresentano momenti particolarmente significativi: le classi esplorano il parco dal vivo, imparando ad ascoltare i suoni degli alberi, a toccare le cortecce ruvide e lisce, a osservare come cambiano le foglie con il passare delle stagioni. Ogni uscita è un invito a rallentare, ad allenare lo sguardo e l’orecchio, a scoprire che dietro la quotidianità della natura si nascondono storie, vibrazioni, relazioni che alimentano meraviglia e conoscenza: le esperienze delle gite si svolgono all’interno dell’Arsenale dell’Armonia del Sermig all’Eremo di Pecetto, un luogo unico dove poter coinvolgere i bambini tra alberi, stagni e animali.

Allo stesso tempo, le proposte del parco sono portate nella scuola che si trasforma in “orto sonoro”, uno spazio che unisce esperienza e gioco, natura e musica, pedagogia e creatività. Qui si coltivano non solo semi, ma anche curiosità e capacità di collaborazione. Un bambino può capire la pazienza osservando un germoglio, un altro può trasformare il suono registrato da una pianta in una piccola melodia, un altro ancora può raccontare ciò che ha vissuto con parole nuove. È un percorso che stimola intelligenze diverse e valorizza ogni sensibilità.

Spesso sono proprio le insegnanti a sottolineare l’impatto del progetto: raccontano di bambini che hanno lo sguardo acceso di stupore. C’è chi corre a disegnare l’albero che ha toccato, chi torna a casa e dice ai genitori: “Ho sentito il suono della pianta”, chi domanda con insistenza di poter provare ancora ad ascoltare le piante. Queste piccole esperienze, apparentemente semplici, rivelano invece la forza trasformativa del progetto: un apprendimento che tocca emozioni, immaginazione e conoscenza insieme, e che lascia tracce durature nel modo di guardare al mondo.

L’orto sonoro nel nido: l’esperienza rivoluzionaria

Il cuore pulsante di questa avventura educativa è il laboratorio pensato per i più piccoli, in particolare per i bambini dell’ultimo anno del nido. Qui la biofilia non è una parola astratta o una teoria lontana, ma diventa una pratica concreta, fatta di gesti semplici, emozioni immediate e scoperte quotidiane. È un’esperienza tattile, visiva e sonora che, in un’età in cui il mondo viene conosciuto soprattutto attraverso i sensi, contribuisce a trasformare in profondità il modo in cui i bambini si relazionano alla realtà che li circonda (Malaguzzi, 2021).

Un media educator e narratore di storie incontra i bambini con i suoi pannelli illustrati, che diventano porte d’ingresso in un immaginario ricco di colori e figure. Le immagini raccontano la vita segreta degli alberi, la forza invisibile dell’ossigeno e il legame tra respiro umano e respiro vegetale. Attraverso giochi narrativi e analogie semplici ma poetiche, i più piccoli vengono accompagnati a scoprire il ciclo della vita di un seme: dalla terra alla luce, dalla linfa al respiro, dall’invisibile al visibile.

Dopo il racconto, arriva il momento dell’azione, quello che trasforma l’ascolto in esperienza. Ogni bambino riceve un vaso, un po’ di terra e un seme di pianta officinale. Si prepara insieme il terreno, si semina, si bagna la terra con delicatezza. Le mani si sporcano, si affondano nel terriccio, si sente l’umidità e il profumo della natura che inizia a prendere forma. È in quel momento che il laboratorio si fa silenzioso: i bambini si concentrano con un’attenzione sorprendente, come se percepissero che stanno compiendo un gesto importante, che non è un semplice gioco ma un atto di cura e di responsabilità.

Il seme diventa così il primo “compagno di viaggio”: un piccolo essere vivente da accudire, osservare e proteggere. Gli insegnanti raccontano spesso di come, nei giorni successivi, i bambini tornino a controllare il loro vaso, chiedano di annaffiare. Questo passaggio dal laboratorio alla vita quotidiana è ciò che rende l’esperienza duratura: il seme non è solo una pianta che cresce, ma un simbolo di continuità tra scuola, famiglia e natura.

La magia più grande, però, arriva con l’introduzione di uno strumento tecnologico innovativo. Grazie a sensori speciali, i bambini possono ascoltare il suono della loro pianta: la linfa, che scorre come un sangue vegetale, produce variazioni elettriche che vengono tradotte in vibrazioni sonore. È un’esperienza che lascia a bocca aperta: il bambino si avvicina, tocca le foglie della pianta, e percepisce che quella pianta ha una sua voce, un suo ritmo. In quel preciso istante il confine tra il mondo umano e quello naturale si assottiglia e prende forma un dialogo diretto, intimo, fatto di ascolto e di stupore (Montessori, 2023).

Il laboratorio diventa così un luogo in cui esperienza e immaginazione si incontrano. Non è solo l’esperienza di piantare un seme, ma la scoperta che la natura comunica, che la vita è relazione, che anche un piccolo germoglio ha qualcosa da dire. Per i bambini del nido, che stanno iniziando a costruire le prime mappe del mondo, questo contatto diventa un imprinting prezioso: si apprende che la natura non è muta né distante, ma viva, vicina e capace di parlare attraverso linguaggi nuovi.

La poesia della relazione: ascoltare la pianta

Questo momento di ascolto non è soltanto una curiosità scientifica o un espediente tecnologico: è un’esperienza poetica e pedagogica allo stesso tempo, capace di imprimere nei bambini una nuova visione del rapporto con il vivente. Quando i piccoli scoprono che la linfa che scorre nella pianta può essere messa in parallelo con il sangue umano, il messaggio non rimane teorico: diventa una metafora concreta e immediata di comunione tra specie diverse, un invito a pensarsi come parte di un unico organismo più grande.

Nel laboratorio, la pianta non è più un oggetto muto o una semplice decorazione. Diventa compagna di viaggio, presenza viva con cui instaurare una relazione. Questo cambio di prospettiva trasforma radicalmente l’esperienza educativa: i bambini non osservano più un seme che cresce come se fosse un fenomeno esterno, ma sviluppano un legame personale che li porta a sentire empatia, rispetto e senso di responsabilità verso il mondo naturale (Gardner, 1987). È un passaggio sottile ma potente: dall’osservare al sentire, dal conoscere al prendersi cura.

Al termine del primo incontro, la pianta non viene portata via o dimenticata, ma resta in classe. Questo gesto semplice ha un enorme valore pedagogico: significa che l’esperienza non finisce con il laboratorio, ma continua a vivere e a crescere insieme ai bambini. Giorno dopo giorno, la pianta diventa parte integrante dello spazio educativo, un piccolo punto verde che accompagna le attività quotidiane.

I bambini imparano così che prendersi cura è un’azione che richiede continuità. Alcuni chiedono spontaneamente di annaffiare, altri controllano se la pianta ha bisogno di luce, altri ancora la disegnano o inventano storie attorno a lei. La presenza del vaso in classe diventa occasione di conversazioni nuove, di confronti, di osservazioni scientifiche e di momenti di racconto. Per molti bambini si tratta della prima vera esperienza di cura quotidiana verso un essere vivente, e questo lascia un segno profondo.

La pianta cresce insieme a loro, e ogni suo cambiamento – un germoglio, una foglia nuova, un fiore – diventa un piccolo evento collettivo che rafforza il senso di comunità. In questo modo, l’aula si trasforma in un microcosmo in cui natura e apprendimento si intrecciano: un laboratorio permanente di sensibilità e responsabilità ambientale che nasce da un gesto semplice ma rivoluzionario.

Il dialogo tra musica e pianta: un incontro inatteso

Il secondo incontro porta con sé una sorpresa che segna un vero punto di svolta nell’esperienza dei bambini del nido: l’arrivo della musica dal vivo. Non è una semplice aggiunta estetica, ma un momento che trasforma la percezione della pianta in modo radicale. Un musicista entra nello spazio con il suo violino e comincia a suonare. Di fronte a lui, collegata agli strumenti che traducono i segnali elettrici della linfa in vibrazioni sonore, la pianta risponde con i suoi “suoni interni”.

Ne nasce un dialogo inaspettato: le corde del violino e i segnali della pianta si intrecciano, si rincorrono, si armonizzano o si contrastano. I bambini ascoltano con stupore questa sorta di concerto unico e irripetibile, che non si potrà mai replicare nello stesso modo. È un’esperienza che coinvolge i sensi e l’immaginazione, capace di trasformare un dato scientifico in un atto poetico e relazionale. In quel momento, la pianta non è più solo un organismo che cresce silenziosamente, ma diventa un “produttore di suono” capace di entrare in comunicazione con il mondo umano.

Dal punto di vista educativo, questo passaggio è prezioso. I bambini imparano che la musica non è solo un prodotto dell’uomo, ma può nascere dall’incontro tra elementi naturali e culturali. L’ascolto diventa un atto di mediazione: riconoscere che anche ciò che sembra silenzioso possiede una propria voce, basta imparare a mettersi in ascolto.

L’emozione che si crea è tangibile: alcuni bambini chiudono gli occhi, altri sorridono, altri ancora tendono le mani verso la pianta come per avvicinarsi al mistero di quel dialogo. È un momento in cui il corpo e l’anima vengono coinvolti insieme, un’occasione che stimola l’immaginazione e apre nuove domande: “La pianta ci sente?”, “Vuol dirci qualcosa?”, “Suona con il violino?”.

Al termine dell’incontro, non resta solo il ricordo del suono, ma soprattutto la consapevolezza di aver assistito a qualcosa di unico. Per i bambini diventa una sorta di imprinting, una memoria emotiva che si intreccia con la loro crescita: imparano che l’arte e la natura non sono mondi separati, ma possono dialogare e creare insieme nuove forme di bellezza.

Il laboratorio diventa esperienza trasformativa, capace di far vibrare corde interiori e di far nascere un rispetto profondo verso l’ambiente. Un seme che, proprio come la pianta coltivata in classe, continuerà a germogliare dentro di loro (il percorso musicale ideato da Davide Spina è supportato dal compositore e direttore d’orchestra Mauro Tabasso, mentre il violino nei laboratori è suonato dall’insegnante di violino Luciana Valeriani).

L’eco della Foresta Nera: ninne nanne

Il viaggio del Parco Sonoro con i bambini del nido, non si ferma alle esperienze in aula o nei laboratori, ma si apre anche a nuove possibilità creative e tecnologiche. Un esempio significativo è la ricerca nata attorno ai suoni delle piante provenienti dal sud della Foresta Nera in Germania, luogo scelto da Davide Spina per dare risposta alla domanda iniziale, “I genitori raccontano favole ai loro figli per farli addormentare, ma nel bosco i piccoli alberi quali storie ascoltano per dormire?”. Questo luogo è un luogo speciale, ricco di storie e leggende. Qui, grazie a un dispositivo che traduce i segnali elettrici prodotti dalla linfa delle piante in suoni, è stato possibile raccogliere un patrimonio sonoro che custodisce la memoria di un ecosistema antico e ricco di biodiversità, alberi di oltre 100 anni, con molte storie da raccontare.

Questi suoni raccolti e selezionati tra le tante registrazioni, una volta elaborati, sono stati trasformati in vere e proprie ninne nanne digitali: melodie delicate, pensate per accompagnare i bambini al sonno o al rilassamento. Non si tratta solo di musica ambientale, ma di un linguaggio che porta con sé un messaggio: la natura non è lontana, non è muta, ma può diventare parte integrante della vita quotidiana, persino nei momenti più intimi come il riposo. I brani contengono l’essenza dell’albero, la sua storia i suoi racconti.

Per le insegnanti e gli educatori, questo materiale diventa uno strumento prezioso. Le ninne nanne vegetali possono essere utilizzate non soltanto come sottofondo sonoro per favorire il momento della nanna, ma anche come stimolo per attività di ascolto guidato. Alcune scuole hanno sperimentato momenti di “meditazione verde”, in cui i bambini, chiudendo gli occhi, provano a immaginare la foresta da cui provengono quei suoni: alberi altissimi, vento tra le fronde, piccoli animali che si muovono nel sottobosco. È un modo per allenare la fantasia e sviluppare una sensibilità ecologica anche attraverso la dimensione immaginativa. Altre insegnanti hanno realizzato uno spettacolo di fine anno utilizzando i brani creati con i suoni delle piante.

Dal punto di vista tecnologico, il progetto rappresenta una sfida e una conquista: utilizzare l’algoritmo non per semplificare la realtà, ma per restituirne la complessità sotto forma di emozione. L’innovazione digitale qui diventa ponte, non barriera. Tradurre in musica ciò che normalmente non possiamo udire significa rendere percepibile l’invisibile, e questa operazione ha un grande valore educativo: mostrare ai bambini che la conoscenza può nascere dall’incontro tra scienza, arte e pedagogia. L’eco della Foresta Nera, dunque, non resta confinata in un laboratorio di ricerca, ma si diffonde nelle scuole, nelle case, nei momenti quotidiani dei bambini. Diventa un patrimonio condiviso, una nuova forma di racconto che unisce tradizione orale (la ninna nanna) e innovazione digitale. Un esempio concreto di come l’educazione ambientale possa assumere forme sorprendenti, capaci di restare nella memoria come esperienze vive, delicate e trasformative.

BIBLIOGRAFIA
  • Gardner H., Formae mentis. Saggio sulla pluralità dell’intelligenza, Milano, Feltrinelli, 1987.

    Malaguzzi L., Progettare al nido e nella scuola dell’infanzia, Reggio Emilia, Reggio Children, 2021.

    Montessori M., L’intelligenza delle mani. La crescita del bambino attraverso i sensi e il movimento, Milano, Bur, 2023.

    Sobel D., Place-based education: imparare dal luogo, dalla comunità e della storia locale per radicare la conoscenza, in “Orion Magazine”, 2004.

    Wilson E.O., Biofilia, Milano, Mondadori, 1985.

    Bambini, gennaio 2026, pp. 49-53